Il cielo è velato da una leggera foschia ma decido comunque di fare un salto al Java View Point, che situato sul bordo della falesia consente di vedere la pianura che si estende verso ovest.
Devo attendere un’ora buona prima che la nebbia mattutina si diradi e si possa vedere qualcosa. Un giovane che tira a campare proponendosi come guida mi fa compagnia nel frattempo, proponendomi visite guidate nella foresta di un paio di giorni. Il villaggio è pieno di alberghi e resort… quello costruito a poche decine di metri, con le camere dalle pareti finestrate che danno sul tramonto chiede 300 dollari a notte per una doppia. E dubito fortemente faccia sconti in caso di tempo avverso.
Ridiscendo velocemente verso Mombo e la B1 che porta verso sud, i meccanici dei Tuk Tuk hanno vita facile quando devono fare un cambio olio o la sostituzione di un semiasse… gli basta un pezzo di legno della misura giusta per operare in comodità all’ombra di un albero.
I camionisti invece non sono tanto migliori dei colleghi zambiani: in primo luogo effettuano sorpassi anche se tu stai occupando regolarmente la tua corsia… frega nulla… si buttano fuori alla cieca e per almeno 3 volte, malgrado abbaglianti lampeggianti, faretti, casco bianco, clacson, mi son trovato costretto a rallentare bruscamente e accostare sulla banchisa per consentirgli di completare la mossa azzardata. E’ un dato di fatto… camion, poi furgoncini o minibus, poi auto, poi motorette, infine biciclette e pedoni… la graduatoria delle precedenze sottointese e scontate è presto fatta… io e Fotty stiamo ampiamente nella parte inferiore. E il tutto si traduce ovviamente in sbandate laterali nel tentativo di recuperi ai limiti della fisica. Questo ci ha messo il carico da 11 e dopo aver piantato la motrice nella terra è riuscito a incrinare la cisterna che si è messa a perdere benzina, con la bacinella a terra per evitare che il fossato si trasformasse in una bomba incendiaria pronta ad innescarsi. Un’autogru era già in loco (la prima incontrata in qualche decina di migliaia di chilometri africani)… ma sicuramente il conducente sdraiato sotto il telaio stava aspettando che arrivasse qualcuno a presidiare per evitare una strage.
All’incrocio di Segera una grande rotatoria consente di innestarsi sulla A14 che sale prima a Tanga e poi al confine keniano. Mancano solo una settantina di chilometri alla città costiera… ti avevo promesso che sarei passato a vedere dove eri nato quando ancora il paese si chiamava Tanganica… mi avevi fatto vedere con Maps la casa dove avevi vissuto… la scuola… il breve tratto di mare che separa la spiaggia dall’isoletta e che facevi a nuoto… ti avrei mandato qualche foto e ti avrei aspettato come eravamo d’accordo.
“Dai, quando torni ci organizziamo… ti trovo una moto a noleggio oppure spedisci l’XT 600 e ci facciamo tutta la tua infanzia con calma… Pole…Pole, un bagno nell’oceano, eppoi giù verso il sud…”
Invece non sei più tornato… solo 2 giorni prima il tuo video alla fine di una tappa lunga, troppo lunga… “Lascia perdere i percorsi della gara Daniele, segui la via dell’assistenza… ti godi i panorami e gli arrivi… poi al ritorno ti godrai il fuoristrada”.
E così hai fatto, fino a quella mattina sulla N1 poco dopo Boujdour.
Perdonami, ma non ce l’ho fatta. Avevo il cuore troppo pieno di ricordi e tristezza che mi hanno accompagnato fino a questa rotatoria e sono rimasti in un circolo perpetuo che raggiungeva ogni mio senso e ogni mio pensiero mentre guidavo.
Sei stato il “mio sesto senso” fino alla fine del viaggio ed avrei voluto tanto poter fare lo stesso per te.
Così ho tirato dritto fino a Bagamoyo, la vecchia capitale coloniale che si trova di fronte all’isola di Zanzibar.
Arabi, omaniti, tedeschi, inglesi… a più riprese è stata un crocevia e porto importante, ora a parte qualche rudere colonico, un paio di chiatte che fanno rotta verso l’isola, restano i pescatori che escono a mare con barche a vela e piccoli natanti a motore, un mercato del pesce, un paio di lodge. Dopo 11000 km. rivedo l’Oceano Indiano.
La mattina dopo scendo lungo la pista che costeggia il mare per una trentina di chilometri, prima di immergermi nella strada secondaria che porta a Dar Es Salaam. Le principali arterie sono in rifacimento e stanno creando delle corsie centrali con piccole stazioni per i mezzi pubblici. Evito il traffico caotico e in un paio d’ore arrivo all’ufficio centrale del TRA, Tanzania Revenue Autority.
Il receptionist mi dice che per l’estensione devo rivolgermi al palazzo di 40 piani che si trova dalla parte opposta della strada, il TPA: Tanzania Ports Autority.
Nella hall mi scannerizzano da cima a fondo e mi fanno salire ai piani superiori… prova il 3 o il 4 o il 7.
Alla fine trovato il piano giusto il ragazzo di guardia alla porta mi introduce nell’open space che occupa metà della pianta dell’edificio e mi presenta alla capoufficio rinchiusa in un loculo di vetro da cui domina le oltre 100 scrivanie ammassate una di fianco all’altra.
Il volto circondato da uno chador nero strettissimo che cade poi sulle spalle, lascia intravedere i lineamenti di origine probabilmente somala con la carnagione olivastra, da cui spiccano gli occhi marroni affetti da un pesantissimo strabismo.
Faccio una fatica indescrivibile a capire se si rivolge a me o all’usciere, poi quando le mostro il TIP e mormoro Extention parte spedita nel dedalo di passaggi tra una scrivania e l’altra e mi conduce da un giovane impiegato.
Non ho ombra di dubbio sul fatto che sia imparentato alla lontana con l’impiegato della dogana di Kasesya… stessi lineamenti, stessa barbetta incipiente e ben curata, stessa meticolosità nel porre domande e leggere i documenti.
Vuole sapere per quale motivo non mi basta un mese di tempo per restare qui con la moto… perché non ho usato il carnet… quale sono le mie intenzioni di viaggio.
Gli spiego a grandi linee che devo rientrare urgentemente, mostro il check-in del volo del giorno dopo e il luogo in cui lascerò la Fotty… ma insiste affinché la porti nel deposito doganale che si trova 10 km fuori dalla città.
Dopo quasi un’ora di trattative acconsente a prorogare di altri 2 mesi la validità del permesso temporaneo allineandolo alla scadenza del visto turistico, paga con il suo telefonino i 60 dollari per la tassa relativa in cambio degli scellini in contanti che gli porgo ed infine appone il timbro “Extended Up 24/05” e dandomi il foglio mi ricorda di ritornare assolutamente entro quella data.
I bombardamenti in Iran sono cominciati 4 giorni fa e non posso certo immaginare che la chiusura dello stretto che ne seguirà farà più danni economici, logistici e umanitari su tutta la costa orientale africana che nel golfo stesso. E non bastasse questo ci penserà anche Ebola a fornirmi una valida scusante per il mancato rientro nei termini della scadenza.
Resta solo da raggiungere il piccolo lodge che si trova in un quartiere a sud ovest, a 3 km. dall’aeroporto internazionale. Mr Brown e sua moglie si prenderanno cura di me fino al pomeriggio seguente. Un ampio e pesante telo azzurro da cantiere è già pronto per riparare Fotty dalle ultime piogge e dal sole estivo tanzaniano.